con Francesco Errico e Margherita Forte
drammaturgia Andrea Lietti
regia Francesco Errico
scenografia e costumi Francesca Biffi

Charles si trova a Parigi, più precisamente nel suo appartamento, anzi, nella sua stanza. E' proprio il senso di costrizione, di isolamento e di soffocamento che funge da fulcro della sua produzione poetica. Sin dall'inizio lo scrittore non si oppone a questo stato di immobilismo e angoscia. Vive con Jeanne Duvall, attrice e prostituta di origini haitiane, con la quale ha avuto la sua storia d'amore più importante. Lo spleen, la noia sono il cuore della relazione tra i due amanti, oltre che essere il centro dello sviluppo drammaturgico. La creazione poetica di Baudelaire viene alla luce come una spinta necessaria, un bisogno espressivo per nulla logico, studiato o razionale. Il quotidiano viene richiamato in alcuni passaggi, come nelle lettere che Charles scrive alla madre, figura fondamentale durante la sua vita. Tra le mura di questa stanza, che è il luogo della maledizione e dell'abisso in cui affonda il poeta, sia lui che Jeanne permettono alle poesie di riemergere. Emergono, spuntano nei dialoghi quasi come una magica ossessione, spuntano e germogliano come i fiori.

...“A me piacciono la medicina che crea intrugli poetici, la poesia che vuole abbracciare i fantasmi, e i fantasmi che non si fanno prendere... medici, poeti, fantasmi... credo mi piaccia il bianco. Ecco Jeanne mi piace il bianco...”

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